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UNA MEMORIA PERFETTA, TROPPO PERFETTA
a
cura di
Enrico Maria Milič
L'Unità, giovedì 18 marzo 2004
"Foto, lettere, documenti, libri: tutto è digitalizzabile e archiviabile. Ma per ricordare cosa?"
Giuseppe O. Longo: "E' l'attività vicendevole di memoria e oblio che costruisce la prospettiva storica"
Le quantità di dati che vanno bene per un calcolatore non vanno bene per noi e il rischio è la fuga dall'eccesso di informazioni
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“C'è una famosa allegoria a proposito di una mappa del mondo che aumenta in dettaglio fino a quando ogni punto nella realtà ha la sua controparte sulla carta. Più la mappa è accurata, più è inutile”. Sono le parole di un corsivo che qualche mese fa lo scrittore americano Jim Lewis usava per descrivere il fenomeno che va lentamente a sconvolgere la nostra concezione del passato, i nostri ricordi.
Sta accadendo ora, nelle case di tutti noi 'consumatori'. Macchine fotografiche digitali, fotocamere incastonate nei cellulari, videocamere: sono elettrodomestici che, se ci sono passati nelle mani o nei paraggi, vanno a virare imprevedibilmente la percezione del nostro oggi per i “noi” che saremo un domani.
C'erano una volta – e ancora per un po' di tempo – quelle scatole nascoste in qualche armadio piene di fotografie ingiallite dell'infanzia. Scrive ancora Lewis su Wired: ”Considerate, per esempio, un paradosso ben noto ai nuovi genitori: mamma e papà comprano una videocamera per documentare i primi anni del bambino, solo per scoprire che, mentre e sebbene riprendano tutto e qualsiasi cosa, non avranno mai la possibilità di guardare tutto quello che hanno registrato. Non ci sono abbastanza ore nel giorno per una tale maratona”.
E' possibile prevedere come cambierà la nostra percezione dei ricordi, della memoria, quando possiamo accendere un pc e guardare centinaia di foto digitali di anni fa piuttosto che riguardarci video su video di momenti importanti delle nostre vite che abbiamo videoregistrato?
Giuseppe O. Longo, docente universitario a Trieste, autore di romanzi, racconti e di alcuni tra i migliori saggi italiani di divulgazione sulla cultura digitale (l'ultimo è del 2003, “Il simbionte. Prove di umanità futura”), prova a rispondere all'Unità: “E' un passato attualizzato, molto diverso da quello che ci presenta la nostra memoria fisiologica. La memoria umana è mutevole, dinamica e inattendibile, la memoria artificiale è inesorabile e perfetta. La nostra memoria rielabora di continuo i ricordi, attenuandoli o rafforzandoli, ma sempre trasformandoli sulla base di emozioni, desideri, piccole o grandi narrazioni interiori. Ricordando e narrando ci modifichiamo, progrediamo, maturiamo. Non esistono ricordi puri, ma solo ricordi di ricordi. Ecco perché i testimoni oculari, anche i più onesti e volonterosi, sono sempre inaffidabili. La tecnologia potrà avere effetti importanti sulla nostra attività mnemonica, e non tutti positivi”.
La vendita delle classiche macchine fotografiche analogiche si è azzerata non solo negli Usa, ma anche nei negozi italiani. In queste settimane la Kodak , azienda centenaria che ha fatto fortune sulla vendita di pellicole per le vecchie macchine fotografiche, sta licenziando il 20% del personale: sbaragliati da 'memorie ram', ovvero piccoli parallelepipedi di chip per le nuove macchine digitali che contengono decine o centinaia di foto in uno spazio simile ad un astuccio di fiammiferi.
E, racconta Longo, questo kappa-o di Kodak è roba da poco: “gli ingegneri della Microsoft hanno allestito un software, chiamato MyLifeBits, per la gestione di un archivio multimediale che potrà contenere la registrazione digitale di tutti gli eventi della vita di una persona: non solo i documenti personali, ma anche le lettere ricevute e spedite, le foto, i filmini amatoriali, tutti i messaggi di posta elettronica, i libri e gli articoli letti. Poi l'utente digiterà una data e il programma gli presenterà le cose che ha letto in quel periodo, le foto che lo ritraggono, la corrispondenza che ha avuto”.
Lo scenario del software di Microsoft è archiviato nel futuro. Ma già oggi in qualche maniera i nostri archivi digitali e i teleschermi diventano delle protesi meccaniche del nostro corpo biologico, vanno a generare un'acquazzone di impressioni cioè di ricordi su una infinita tela da pittura, larga quanto la nostra vita. O di più.
Longo la pensa così: “Le protesi non sono sempre materiali e individuabili. Le macchine 'della mente', quelle che ci forniscono la tecnologia informazionale costituiscono protesi non tanto per il loro hardware quanto per l'interazione comunicativa, mnemonica ed elaborativa che istituiscono con noi.
“E le foto, i film, gli articoli e così via sono una massa protetica variabile, dinamica e cumulativa tramite la quale noi filtriamo il nostro rapporto con il passato, quindi con noi stessi e con la progettazione del nostro futuro”.
Non cambia solo la percezione del “sè al passato”. Cambiano anche i processi di identificazione con i ricordi collettivi, che siano i ricordi di piccoli gruppi o dell'intera società globalizzata. Negli ultimi diciotto mesi sono fioriti su internet decine di servizi per condividere pubblicamente fotografie (come Webshots o Fotki), da molto più tempo esiste un sito militante come Indymedia che può essere visto come l'archivio indelebile e ultra-profondo di testi, foto e filmati di uno spezzone del movimento anti-globalizzazione.
Conosciamo per abitudine le ampie documentazioni su vari supporti, per esempio filmiche, dei grandi eventi storici della società del '900. Gli autori di questi materiali sono stati i grandi mezzi di comunicazione o ancor prima agenzie 'speciali' deputate dallo stato come il nostro Istituto Luce.
Ma come ci si rapporterà al passato quando, tra un secolo, per documentarsi sulle generazioni che oggi brulicano ci si guarderà le miriadi di registrazioni amatoriali dell'attacco alle Torri Gemelle, le registrazioni di Indymedia del G8 di Genova o si andrà a scrutare negli archivi fotografici e nei blog personali del 'cittadino ignoto' della storia?
“Non so se di qui a un secolo ci sarà ancora l'umanità, visto l'accanimento con il quale cerca di distruggere sé stessa e il proprio ambiente” afferma Longo. Che continua: “Nel momento in cui i documenti si moltiplicano grazie alla tecnologia digitale, sembrerebbe che lo spazio possibile per le nostre interpretazioni fosse via via ridotto. Ma non è detto: l'interazione tra la memoria documentaria e la visione della storia è molto articolata e complessa. E per fortuna.
“A prima vista, sembrerebbe utile affiancare alla nostra labile memoria una teca di registrazioni invariabili. Invece la fissità dei ricordi potrebbe congelarci per sempre in un eterno presente senza evoluzione, senza prospettiva. Un passato immutabile uccide il futuro, perché rischia di annullare l'incessante e vicendevole attività di memoria e oblio che costruisce in noi la prospettiva storica, la profondità cronologica e, al nostro interno, la nostra personalità.
“Bisogna dire peraltro che oggi si ha l'impressione che gli eventi siano sempre più sostituiti dalle loro 'rappresentazioni' (si parla anche di spettacolarizzazione, con un termine orrendo): ma è sempre stato così. Ognuno di noi si costruisce una rappresentazione del mondo e degli eventi, filtrata dai sensi e dall'organizzazione mentale”.
Molti studiosi cosiddetti 'transumanisti' preconizzano che la 'pura' intelligenza umana verrà sorpassata dalle macchine entro i prossimi vent'anni, prevedono per l'uomo del ventunesimo secolo la normalità di veri innesti sul corpo di protesi elettroniche, la parte biologica fusa a quella elettronica. Le quantità di dati che vanno bene per un calcolatore possono andar bene per le nostre individualità? Conclude Longo: “C'è un possibile rifiuto da eccesso di informazioni: quando i dati sono troppi, ci sentiamo sopraffatti, e tentiamo la fuga. Ma dove?”
E' un futuro dickiano di ricordi infiniti – inquietantemente modificabili e cancellabili – che è difficile piazzare sulla nostra bilancia etica come lo è arrovellarsi se il passato sia migliore del futuro. Minacciati da tante apocalissi, come drogati da un eterno presente dove il destino individuale sembra svincolato dal destino collettivo, l'alternativa su cui ragionare è quella, banale, dell'assogettamento di queste tecniche ai fini della sopravvivenza del mondo stesso.
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