|
LA BATTAGLIA FINALE DELLA MUSICA ON-LINE.
WEINBERGER: "SOGNO UNA RETE CHE PERMETTA ALLA CREATIVITA' UMANA DI FIORIRE COME MAI ABBIAMO IMAGINATO"
A
cura di
Enrico Maria Milič
scritto per
L'Unità, 27 luglio 2003 |
|
Sessanta milioni di persone, più di quanti abbiano votato per George Bush, sono quelli che negli Stati Uniti si scambiano canzoni e canzonette grazie a internet.
Una pagina pubblicitaria apparsa sull'ultimo numero del mensile musicale “Rolling Stone” sbatte metaforicamente questi sessanta milioni di uomini e donne con le spalle al muro in una stazione di polizia, pronti a essere immortalati per una foto segnaletica.
“Stanco di essere trattato come un criminale perchè condividi la tua musica on-line?” si chiede questa pubblicità commissionata dalla Electronic Frontier Foundation, la Fondazione della Frontiera Elettronica.
Per gli attivisti di questa fondazione il “File sharing: è musica per le nostre orecchie” ma, in questi cupi tempi da impero a stelle e striscie, la loro è una delle poche provocazioni e iniziative in trincea che frenano il Congresso dal sopprimere la libertà di utilizzare internet per scambiarsi musica, film ed altro.
“Un avvocato della Riaa (la struttura che rappresenta le grandi case discografiche americane, ndr), il parlamentare Howard Berman, ha appena proposto una legge al congresso che farebbe diventare lo scambio anche di un solo singolo file come un crimine punibile fino ai cinque anni di galera” - racconta Jason Schultz, dello staff legale della Eff. “Perdiamo tutti i fondamentali diritti quando le aziende provano a controllare le noste vite come la Riaa ha provato a fare nelle guerre al file-sharing”. Afferma Schultz: “La battaglia per il file-sharing non riguarda solo la musica. Riguarda il controllo della nostra privacy, i nostri diritti di usare la tecnologia e anche la nostra libertà”.
A giugno il senatore Orrin Hatch ha proposto che le aziende dell'intrattenimento – cinematografiche e discografiche – possano distruggere i computer di chi infrange i loro copyright tramite internet. Nel frattempo la Riaa ha dichiarato che avrebbe iniziato a raccogliere prove per perseguire legalmente ogni singolo che usa i programmi di condivisione di canzoni. Sono gli ultimi attacchi di una campagna d'isteria iniziata tempo fa con la chiusura di Napster e che oggi si è persino armata di aziende che vengono pagate da queste multinazionali per fermare, con l'aiuto di hacker, gli utilizzatori dei programmi “alla Napster”.
Commenta Schultz della Eff: “Un americano su cinque condivide canzoni in internet. Con questi numeri dalla nostra parte, penso che la Eff rappresenti l'opinione pubblica. La Riaa non è mai stata capace di portare dalla sua parte il supporto della gente. Le sole persone che li supportano sono gli artisti e i politici nei loro libri paga”.
A dare carne al famelico dibattito è stato David Weinberger, autore di saggi di successo sulla società dell'informazione, il quale sul mensile Wired di giugno ha affermato che mettere a pagamento servizi che prima erano gratis – come Kazaa e Winmx, gli eredi di Napster – distruggerebbe le basi di una vita creativa ed intellettuale a cui molti sono abituati, quella di un globale, libero e arioso “mercato delle idee”.
Racconta Weinberger all'Unità: “La controversia è attorno ad affermazioni di diritti: il diritto alla proprietà sulle opere di qualcuno oppure il diritto di condividere con altri queste opere.
“Io la penso non in termini di diritti ma in termini di visioni del mondo. In una visione, ogni bit è di proprietà di qualcuno. Gli autori hanno diritti sulle loro opere per sempre e possono rafforzare le loro richieste ancora più vigorosamente che nel mondo reale. Nell'altra visione, c'è una vigorosa, aperta e mondiale condivisione della musica, dello scrivere, del video... Ogni tipo di creatività umana fiorisce in un modo che non abbiamo ancora immaginato. Ci sono, ovviamente, problemi con entrambi gli estremi. Ma in quale di questi due mondi preferirei vivere? Il secondo, senza esitazione”.
Weinberger è uno di quegli intellettuali che tenta di proporre, con pacatezza e laicità, differenti modi di pensare e vedere le cose. Nel '99 fu uno degli ideatori del Clue Train Manifesto, una proposta di umanizzazione delle aziende nell'era della new economy, oggi tiene il suo magazine e il suo blog su www.hyperorg.com ed ha appena mandato in libreria un nuovo acclamato tomo su questi temi, “Small pieces”.
Continua così la sua visione: “Se questo significa che i creatori non si prendano tutti i nichelini che gli spettano, bene. Non li hanno mai avuti: io posso rileggere la mia copia del libro cinque volte, prestarla a un amico, e venderla quando ne sono stufo senza far arrivare all'autore nemmeno un soldo. E questo è buono perchè significa che le idee possono circolare più liberamente.
“Come autore, credo che gli autori meritino di essere pagati per il loro lavoro, ma non vogliamo una società in cui loro siano pagati per ogni singolo uso delle loro opere. Non lo abbiamo mai voluto e certamente non lo vogliamo e non ne abbiamo bisogno in internet”.
Ma chi sostiene queste idee non rischia di fare la figura del difensore di ladri che, per esempio, non pagano per ascoltare la musica? Risponde Weinberger: “Sicuro. Abbiamo perso la battaglia il giorno in cui la frase 'proprietà intellettuale' è entrata nel vocabolario. Le opere creative non sono delle proprietà. La costituzione degli Stati Uniti l'ha riconosciuto dall'inizio. L'autore non ha la proprietà sul suo lavoro. L'autore ha il diritto di beneficiarne ma con alcuni limiti.
“E questo ha senso per due ragioni. Per primo, esso aiuta a costruire il pubblico dominio che è un bene pubblico: la società beneficia dal poter appropriarsi e accrescersi tramite i lavori creativi.
“Secondo, la proprietà intellettuale è un qualcosa di particolare. Dal momento in cui un lavoro creativo è stato pubblicato, è stato reso pubblico. Non è come un pezzo di terreno che può essere di proprietà di qualcuno. L'autore ha bisogno del pubblico perchè la sua opera abbia successo. Nel dare successo al lavoro, anche il pubblico ha dei diritti”.
Ma questo conflitto tra Davide e Golia, dei cittadini contro multinazionali e governi interessati al controllo delle informazioni, non è già segnato in partenza? “Mi piacerebbe essere più speranzoso – chiude Weinberger - ma le forze economiche che vogliono che ogni bit di internet sia di proprietà di qualcuno e che generi utili per qualcuno sono molto forti. Ho qualche speranza, ma anche molto terrore. La congiunzione tra la gestione delle restrizioni digitali, computer "fedeli" al padrone (vedi il controllo sulla privacy dei sistemi Microsoft, ndr), la nascita delle “carte di identità digitali” e le estensioni del copyright sono sul punto di far finire la più grande speranza della storia per un pubblico dominio globale e un mercato globale dell'innovazione”.
|